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Il couturier Anthony Shaw ha collezionato per oltre trent’anni opere di ceramisti inglesi, sopratutto quel genere di lavoro che in Inglese viene definito “Studio Pottery“.
Con questo termine si intendono le piccole produzioni di artisti, da soli o in piccoli gruppi, con caratteristiche di unicità e seguiti interamente nella produzione dall’artista.

Nella casa novecentesca di Billing Place a Londra, possiamo ammirare i lavori di Lucie Rie e Hans Coper, Ian Godfrey, Jim Malone e numerosi altri.
Mi piace l’idea di poter ammirare l’arte in un’ambiente che sia completamente diverso da quello asettico di una galleria, sopratutto quando riguarda una collezione privata, nelle stanze si respira viva l’emozione che queste opere hanno generato e ancora generano.

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Nell’ormai immenso elenco di mostre dedicate al futurismo, eccone una di realmente originale. È quella dedicata a Pubblicità e Propaganda. Ceramica e grafica futuriste proposta dalla Wolfsoniana dal 5 dicembre all’11 aprile.



La mostra Pubblicità e propaganda. Ceramica e grafica futuriste si concentra sulla presenza della persuasione pubblicitaria e politica all’interno della produzione ceramica e grafica futuriste degli anni Venti e Trenta.

La mostra Pubblicità e propaganda. Ceramica e grafica futuriste – curata da Silvia Barisione, Matteo Fochessati, Gianni Franzone e Maria Teresa Orengo e organizzata dalla Wolfsoniana – Fondazione regionale per la Cultura e lo Spettacolo di Genova e dalla Regione Liguria in occasione del centenario del manifesto di fondazione del movimento futurista – si concentra sulla presenza della persuasione pubblicitaria e politica all’interno della produzione ceramica e grafica futuriste degli anni Venti e Trenta.

La straordinaria stagione della ceramica e della grafica futuriste verrà analizzata mettendo in rilievo come, attraverso le sue peculiari e innovative sperimentazioni linguistiche e iconografiche, queste specifiche ricerche contribuirono alla diffusione di messaggi pubblicitari e alla celebrazione di quei motivi propagandistici che, peraltro, la retorica del regime elaborò in parte attraverso gli stessi modelli poetici del movimento futurista.

L’esposizione, oltre a documentare in maniera originale la molteplicità delle esperienze formali che si svilupparono in questo ambito di ricerca, rappresenta un momento di riflessione sulle dinamiche espressive di quella sottile linea di demarcazione che separa la persuasione pubblicitaria e la propaganda politica, a cui i principali esponenti del movimento adattarono i temi precipui della loro originaria poetica: il culto della velocità e della modernità, dell’aggressività e della guerra, l’idolatria della macchina, l’ideale di un uomo nuovo, sportivo e ardimentoso.

Non a caso la mostra si svolge a Genova. La Liguria giocò, infatti, un ruolo di primo piano nell’avventura della ceramica futurista.

Se è vero che esempi di ceramica futurista vennero prodotti a Faenza negli anni Dieci, una vera produzione fu per così dire istituzionalizzata solo intorno al 1927 all’interno della Casa Giuseppe Mazzotti di Albisola, diretta dal celebre Tullio che nel 1938 firmò con F.T. Marinetti il manifesto Ceramica e aeropittura.

Accanto al primato abisolese con opere degli artisti più noti (Nicolay Diulgheroff, Farfa, Fillia, Tato, Alf Gaudenzi, Giovanni Acquaviva e lo stesso Tullio), la mostra propone anche esperienze che, pur non potendo essere definite futuriste, presentano tangenze, soprattutto linguistiche, con le creazioni del movimento marinettiano.
Come certa produzione delle Ceramiche Rometti di Umbertide (Perugia), nel momento in cui vi fu attivo un artista del calibro di Corrado Cagli, o quella poco conosciuta della FACI (Fabbrica Artistica Ceramiche Italiane) di Civita Castellana nel viterbese.

Relativamente alla grafica, compaiono, oltre agli artisti già citati, i nomi di Fortunato Depero e Tullio Crali, mentre alcune opere rappresentano l’inizio dell’immagine promozionale coordinata per prodotti e aziende di livello nazionale, come Fernet Branca, Amaro Cora, Campari e Cinzano.
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Dopo un’attesa lunga quasi un mese finalmente ci siamo: il Totem di Carlo Sipsz è uscito sano e salvo dal forno di PiralArte. Il colore scelto è uno splendido smalto rosso fiammante che si accosta perfettamente alle decorazioni “a corteccia” in engobbio bianco.
Si tratta di un’opera davvero imponente, realizzata in tre moduli alti circa 70 cm. l’uno, per un’atezza totale di oltre due metri.
All’interno della struttura, in un apposito foro passante, verrà inserito un tubo di metallo per stabilizzare ed impedire lo spostamento dei tre segmenti.
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Ormai ci siamo, manca pochissimo alla nascita del Totem di Carlo Sipsz qui in PiralArte. Prima della verniciatura e della cottura finale rimane un grande dilemma da affrontare: di quale colore sarà l’opera? Sembra un problema di poco conto, ma in realtà il colore dello smalto, specie su un’opera di queste dimensioni, non è scelta da prendersi sottogamba… Carlo Sipsz da ceramista navigato qual’è sa bene che una scelta sbagliata può compromettere e vanificare un mese di lavoro.
Non è solo una questione estetica: all’interno di un solo colore le possibilità offerte dagli smalti ceramici sono centinaia. Tanto per fare un esempio: meglio uno smalto opaco, semiopaco o lucido? E per quanto riguarda il colore: è meglio un colore coprente o uno traslucido che ammetta dei rialzi e degli affondi? Uno che fonda rapidamente a “bassa” temperatura oppure uno da poter “spingere” a temperature più alte, correndo magari il rischio che il colore “bruci” nel forno?
Personalmente, conoscendo Carlo Sipsz da anni, so che è praticamente infallibile con il blu e con il rosso lucido (anche se uno dei suoi Totem più belli è in nero opaco…) staremo a vedere!
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Oggi sono uscite dal forno di PiralArte le minisfere di Carlo Sipsz: quattro pezzi molto raffinati decorati a engobbio bianco e smalto rosso. Come spesso accade nell’opera di Carlo Sipsz il richiamo iconografico è il mondo vegetale con le sue corrugate espressioni…
Sono opere davvero felici, piccole e “maneggevoli” nel senso più autentico del termine! Si fatica a lasciarle sole, tanto sembrano fatte per essere “maneggiate”.
Per questo motivo ho consigliato all’artista di non posizionarle su un basamento: devono poter essere tenute in mano quando si desidera.
Giorni fa avevamo scattato alcune foto delle opere prima della smaltatura rossa, quando erano ancora color terracotta con la sola aggiunta dell’engobbio bianco, appena uscite dal forno per la biscottatura.
Le ripropongo qui a titolo di confronto tra le due fasi della creazione dell’opera.
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